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L’esperimento della memoria familiare nell’Ungheria di Magda Szabó e il lettore italiano

Aggiornato il: 17 dic 2019


[Questo articolo è uscito nel numero 25 (2013) della rivista NUOVA CORVINA, rivista di Italianistica dell'Istituto Italiano di Cultura a Budapest]

QUANDO NEL 2007 MORÌ, NELLA SUA CASA DI KEREPES NEI PRESSI DI BUDAPEST, CON UN LIBRO TRA LE MANI, MAGDA SZABÓ AVEVA GIÀ FATTO I CONTI CON IL TEMPO, QUEL TEMPO «CHE SI MANIFESTAVA ALL’IMPROVVISO» E CHE LEI AVEVA DICHIARATO DI NON AMARE PERCHÉ NEMICO, IL TEMPO «CHE ERA STATO QUALCOSA E BASTAVA UN NIENTE, UN SUONO, UN OGGETTO, UNA FOTOGRAFIA, PERSINO UN BOTTONE SCHEGGIATO A RICHIAMARE».(1)

NEL 2007 MAGDA SZABÓ AVEVA NOVANT’ANNI E AVEVA RICHIAMATO IN VITA INNUMEREVOLI volte, con la sua raffinatissima scrittura, quel niente, quei suoni, quegli oggetti, quelle fotografie della sua esistenza. La narrativa della Szabó viaggia tutta sull’asse del tempo, un tempo di per sé lunghissimo ma che, nella sua produzione, appare ancor più dilatato, quasi un tempo epico come quello che, fin da piccolissima, aveva imparato ad assaporare nei racconti popolati di miti e di eroi dalla voce di papà Elek e nelle fantasiosissime favole inventate per lei da mamma Lenke: un rito intimo e collettivo che si rinnovava quotidianamente in casa Szabó e che rappresentò, per Magda, una sorta di educazione sentimentale alla letteratura e un continuo esercizio della fantasia:

Sono nata dal matrimonio di due scrittori mancati, che però non ebbero mai un vero rimpianto per un’esistenza interamente consacrata all’arte; la loro fu una tragedia diversa, non seppero mai riconoscere di possedere del talento, talvolta magari si rendevano conto di averne un briciolo, ma poi si scrollavano le spalle increduli, rinunciatari, e non ci provavano nemmeno a cambiare destino. [...] I due scrittori raccontavano delle fiabe. E sapevano farlo solo oralmente, senza mai mettere per iscritto le loro invenzioni. [...] Le fiabe non cessarono con la fine dell’infanzia, cambiarono semplicemente, diventando più intricate, mentre io collaboravo sempre più attivamente all’elaborazione fantastica; mai e poi mai avremmo rinunciato a quell’eccentrico divertimento serale, nemmeno per tutto l’oro del mondo. Più crescevo, più le storie assumevano toni bizzarri, talvolta iniziava mio padre, altre mia madre, o io stessa, l’unico punto fermo era quel modo di concludere così le nostre giornate, come una piccola comunità di lavoro, un terzetto animato da un’immaginazione più che fervida. Per forgiare gli eroi delle fiabe in parte inventavamo, in parte attingevamo ai nostri stessi caratteri, a parenti, amici, nemici, quando uno dei tre doveva iniziare la storia, gli altri lo aiutavano con precisazioni, lo sostenevano con consigli, e la trama si ampliava. [...] Nel nostro piccolo agivamo come veri demiurghi di fiabe popolari, cercavamo una valvola di sfogo per le passioni represse nella vita di ogni giorno, per vendicare le umiliazioni patite.(2)

Tutta la narrativa di Magdolna, com’era affettuosamente chiamata in famiglia, risveglia continuamente un passato che torna prepotente, e più o meno manifestamente, dalle prime prove fino agli anni della maturità, grazie alla limpidezza del ricordo e alla forza della sua scrittura. E se non è un «bottone scheggiato» ad avviare il flusso dei ricordi e a innescare la narrazione, sono i sassolini scintillati che ricoprivano il vecchio pozzo nel cortile dell’avita casa di Debrecen, oramai abitata e profanata da sconosciuti, «un tesoretto di pietre preziose», ancora splendenti nella memoria della scrittrice non più bambina, e capaci di resuscitare un mondo scomparso eppure vivissimo e integro, custodito com’è in fondo al vecchio pozzo dove sono rimasti imprigionati, e fissati in una forma eterna, l’amata città natia, gli accadimenti anche più trascurabili, e soprattutto le persone a lei care, attori e comprimari della brillante commedia della sua infanzia.

In fondo al vecchio pozzo è rimasta la slitta costruita per lei dal papà, con una cassa e alcune assi di legno e lo schienale intagliato a forma di testa di cane; ci sono la polvere soffocante, la calura estiva, l’inverno «che scintillava al pari dei cristalli»(3) con le stalattiti di ghiaccio che, dai cornicioni dei tetti, pendevano come braccia protese; ci sono i mercati di Debrecen con i loro suadenti profumi, le tende degli attori ambulanti dai visi infarinati e le bocche dipinte a cuore, le cantilene dei mercanti, le mirabili sculture di strutto ghiacciato esposte nelle vetrine, il tempio grande con le due stelle in punta alle torri, e, dietro al tempio, il giardino della memoria; ci sono il collegio, il bosco e ci sono anche i morti che, agli occhi della piccola Magda, vivono semplicemente in modo diverso dai vivi in una città sotterranea; e poi ancora via Sant’Anna e la piazza del mercato, con i liquidi colorati, le terraglie e l’arrosto con cipolle, la scimmia che si arrampicava sulla pertica: «erano tante tessere di un mosaico mentale, solo col tempo avrei imparato a capire l’importanza dell’immagine che potevano comporre»(4):

Alla fiera grande mi lasciavano trascorrere lungo tempo, come se i miei genitori sapessero che la luce delle lampade a carburo davanti ai piccoli chioschetti, i ködmön ricamati appesi alla sbarra, l’atmosfera serale del mercato e tutti gli elementi che osservavo mi sarebbero serviti in futuro; un giorno, chissà, forse tra le pagine di un mio libro sarebbe apparso un personaggio inventato, nascosto tra i ködmön per spiare una donna che entra furtiva nel portone di una casa di tolleranza.(5)

In fondo al vecchio pozzo c’è ancora un intero mondo di artigiani e piccoli commercianti, evaporato come la nebbia, nella realtà; queste Figure (così è intitolato un capitolo del libro) di concittadini, rimaste «impresse troppo a fondo nella sua mente [...] erano gli strani atlanti del suo universo, reggevano sulle spalle il peso di quegli anni Venti così gravosi, che il suo spirito di bambina non avvertiva» (6): i droghieri, il calzolaio, il barbiere, il gioielliere ucciso da una bomba durante la guerra, il delizioso pasticcere a cui avrebbero nazionalizzato il negozio negli stessi anni in cui la scrittrice veniva ufficialmente estromessa dalla vita letteraria.

È un tempo che non invecchia quello che ritroviamo nei libri della Szabó, ma che rinnova la commedia della bambina fantasiosa e promettente ormai divenuta famosa scrittrice, ogni qualvolta questa, avanti negli anni, torna nostalgicamente su quel palcoscenico per risentire le voci e rivedere le immagini di chi ormai non è più (siano essi i genitori, la sorella adottiva Cili «orfana del Trianon», i bottegai di Debrecen) e per ricomporre le tessere di un mosaico mentale che diviene così narrazione. E’ lei stessa a sottolinearlo nelle prime pagine de Il vecchio pozzo, penultimo capolavoro (in ordine di uscita) a disposizione del lettore italiano nella magistrale traduzione di Bruno Ventavoli per Einaudi, e pubblicato in patria nel 1970, quando l’allora cinquantatreenne Szabó, non ancora anziana, cominciava a cedere alla forza travolgente del passato senza i mascheramenti e i filtri della finzione letteraria, come poi sarà più evidente in Per Elisa (Für Elise), primo atto dell’autobiografia rimasta incompiuta:

Se torno nella vecchia casa, e varco il portone, non sento più urlare quel divieto frutto dell’amore, posso raccogliere quanti sassolini mi pare, e calpestare la terra zuppa di pioggia. E se il vecchio pozzo franasse, potrei finalmente sprofondare dove tutto si è mantenuto vivo, intatto, fra le quinte della mia infanzia; e potrei ritrovare ciò che fu, con le persone e con gli esseri che fummo noi. Là sotto può accadermi qualunque cosa, nessuno se ne preoccuperebbe più, nel vecchio cortile oggi vivono solo estranei. Nessuno grida di non avvicinarmi al pozzo, perché ormai sono adulta, e ho perso mio padre, e mia madre.(7)

È la potenza di un’immaginazione sfrenata, manifestata fin dall’infanzia e, come si è visto, favorita dagli eccezionali genitori, che fa sì che ogni opera della Szabó non sia mai meramente autobiografica neanche quando resuscita i fantasmi del suo tempo irrimediabilmente perduto, fantasmi (o episodi) che, come accade nell’incipit e nell’epilogo de La porta, ricompaiono ossessivamente in sogno perché, similmente ai personaggi in cerca d’autore che aspettano ancora una fine, non riescono ad andarsene per sempre:

I miei sogni sono assolutamente uguali, tessuti di visioni ricorrenti. Sogno sempre la stessa cosa, sono in piedi, in fondo alle nostre scale, nell’androne, mi trovo sul lato interno del portone con il telaio d’acciaio, il vetro infrangibile rinforzato di tessuto metallico, e cerco di aprirlo. Fuori, in strada, si è fermata un’ambulanza, attraverso il vetro intravedo le silhouette degli infermieri, hanno volti gonfi, innaturalmente grandi, contornati da un alone come la luna. La chiave gira. Ma i miei sforzi sono vani.(8)

Se è vero che non esiste narrazione senza memoria né memoria senza narrazione, è altrettanto vero che qualsiasi memoria familiare è necessariamente intrecciata alla memoria storica: ecco allora che l’intensa scrittura della Szabó, diretta testimone di un secolo di Storia centroeuropea, considerata vero monumento letterario e morale nel suo Paese per aver mantenuto sempre un fiero distacco dai vari regimi succedutisi in Ungheria, ebbene questa scrittura acquista una particolare valenza agli occhi del lettore italiano, in quanto gli spalanca le porte di una realtà del tutto inaccessibile fino a qualche decennio fa.

Il pozzo della memoria della scrittrice di Debrecen, di romanzo in romanzo, sembra davvero inesauribile: la grande Storia d’Ungheria però, nei suoi libri, non colpisce il lettore come uno schiaffo ma, al contrario, è illuminata discretamente dai drammi quotidiani e a lungo taciuti: così sono i misteri della vecchia e imperscrutabile Emerenc, nascosti dignitosamente dietro la porta chiusa che nessuno aveva mai vista aperta prima che Magda la forzasse. Quella porta chiusa rappresenta l’inviolabilità e la sacralità di un passato di dolore, perché è la Storia a essere dolorosa, che Emerenc custodisce gelosamente e che sarà violato proprio dalla persona che la ama di più:

I ritratti sanno tutto, in special modo ciò che mi sforzo di dimenticare, che ormai non è più sogno. Una sola volta nella mia vita, nella realtà e non nell’anemia cerebrale del sonno, una porta si spalancò davanti a me, la porta di una persona che voleva difendere a ogni costo la propria solitudine e la propria misera impotenza, che non avrebbe mai aperto nemmeno se le fosse crollato addosso il tetto in fiamme. Solo io avevo il potere di vincere quella serratura: la donna che girò la chiave aveva più fede in me che in Dio, e io stessa, in quell’istante fatale, credetti di essere saggia, riflessiva, buona, razionale, come Dio. Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. Ma ormai poco importa, perché ciò che è accaduto non si può rimediare. Vengano dunque, di tanto in tanto, queste Erinni che indossano calzature sanitarie rialzate come coturni e copricapi da infermieri sulle maschere tragiche, si dispongano intorno al mio letto, brandiscano i miei sogni come fossero spade sguainate. Ogni sera spengo la luce, e le aspetto, mi preparo a sentire nel sonno lo squillo improvviso del campanello, il suono che annuncia un orrore indicibile e comincia a trascinarmi verso il portone che non si apre(9).

È in Per Elisa(10) che invece la scrittrice narra senza veli il momento preciso in cui la Storia, spietata e terribile, è entrata di soppiatto nella vita fiabesca della piccola Magdolna: l’arrivo in famiglia, improvviso e inaspettato, di una bambina ferita e inizialmente muta che il padre ha adottato istintivamente portandola con sé da un orfanotrofio di Budapest. La Storia crudele ha quindi il volto di Cecília Bodgán, detta Cili, «l’orfana del Trianon» che, dopo l’iniziale sbigottimento, diventerà per Magda, «una delle quattro colonne portanti della sua vita»(11), «la sorella concessale in regalo»(12) e sarà da lei perennemente rimpianta dopo la prematura morte: è a Cili che Magda dedicherà Per Elisa, è Cili che si nasconderà dietro la Blanka di Via Katalin(13) e la Caieta de Il momento(14).

Quando iniziammo la scuola, si scoprì che era molto più esperta del mondo di me, cre- sciuta tra i miti e trattata con fiabe di fata, pietose riscritture e antiche storie di spioni. Cili conosceva bene uno degli scenari della Prima guerra mondiale, quello che aveva coinvolto le regioni meridionali dell’Ungheria; era svenuta quando era stata colpita da una pallottola, ma comprendeva meglio di me cosa fosse la discriminazione etnica; [...] Mentre a me raccontavano di Troia e di palazzi reali, finché Cili non era arrivata, non mi interessavano le cose alle quali lei faceva immediatamente attenzione(15).

È con l’arrivo di Cili che Magda esce dal mondo dorato in cui i genitori l’avevano amorevolmente protetta, entra in contatto, per la prima volta, con le tristi vicende storiche del suo Paese, e percepisce da lontano gli orrori della guerra, fino a quando, più da vicino, ne può osservare direttamente, e concretamente, le drammatiche conseguenze: quei senzatetto e quei senza famiglia che si aggirano e si trascinano per le vie di Debrecen, riconoscibili immediatamente dalla loro divisa sono, come sua ‘sorella’ Cili, «orfani del Trianon»:

Quell’epoca storica non era conclusa: occhi di giovani vedove e di madri, arrossati dal pianto, chiedevano spiegazioni per la perdita dei loro cari, e famiglie dalla proprietà e parentele tagliate a metà cercavano di qua e di là un rimedio a quei confini tracciati senza criterio. Perfino a me, cui il Trianon non significò lutti diretti, tra i miei ricordi infantili il sogno ogni tanto riportava i mostri visti per strada, tenuti in vita in maniera inaccettabile, con teste e torsi senza arti portati a passeggio su speciali carriole a foggia di carrozzine protette da ombrelli. Il toponimo francese sulle nostre bocche era parola più comune che zucchero; il cioccolato nemmeno lo conoscevamo, neanche i frutti tropicali(16).

Nata da una famiglia borghese e coltissima a Debrecen, la capitale ungherese del calvinismo, nei giorni della rivoluzione russa del 1917 e alla vigilia del crollo dell’impero austro-ungarico, colei che diventerà la regina del romanzo ungherese contemporaneo non passerà indenne attraverso le temperie di tutto il Novecento e, anche negli anni più drammatici per il suo Paese, emarginata e privata del lavoro durante il regime di Mátyás Rákosi, non sceglierà come altri la via dell’esilio. Così racconterà molti anni dopo:

Urlavamo l’una contro l’altra, io, come Robespierre, rappresentante del potere del popolo, mentre, proprio in quegli anni, cercavano di ridurmi al silenzio e di rinchiudermi nel ghetto che mi avevano assegnato insieme a mio marito umiliato e già ridotto al silenzio, così, alla fine, magari mi sarei decisa ad andarmene, nella forma che meglio preferivo, dicendo addio alla vita, o soltanto al mio paese, ma l’odio mi consentì di rimanere in piedi, perché sapevo che i carnefici erano interessati solo alle loro miserabili carriere, il mio paese soffriva nel travaglio del parto, e non poteva farci nulla se gli portavano al capezzale quegli infami fantocci, o se avevano costruito un mondo di tanti Sparafucile, e avevano consegnato il potere in mani talmente sporche che ai tempi di San Ladislao le avrebbero tagliate subito con un colpo d’ascia, perché erano peggiori di quelle dei ladri, avevano rubato per decenni la fiducia di una nazione(17).

Non se ne andrà ma continuerà, con rara coerenza, la febbrile attività di scrittrice («per me scrivere è una malattia ereditaria, trasmessami per di più da due famiglie»(18) ) e di traduttrice pur senza dare nulla alle stampe; all’indomani del fallimento della rivoluzione, la sua voce sarà giunta ormai oltre confine: sarà Hermann Hesse a scoprirla e a introdurla al pubblico tedesco incoraggiando la pubblicazione in Germania, nel 1959, di Affresco(19), uscito un anno prima in patria: romanzo con il quale, come succederà anche nei libri successivi, attraverso i conflitti, gli atteggiamenti e le miserie quotidiane di quattro generazioni di personaggi appartenenti a una vecchia famiglia puritana, la Szabó offrirà al lettore un quadro delle trasformazioni storico-sociali che hanno stravolto l’Ungheria dall’ultimo quarto dell’Ottocento agli anni Cinquanta del secolo successivo.

In Italia, invece, il suo nome è quasi sconosciuto fino agli anni Duemila, benché nel 1964 Feltrinelli avesse pubblicato con scarso successo il romanzo L’altra Eszter; l’entusiasmo per Magda Szabó esplode nel nostro paese nel 2005 con la pubblicazione de La porta, considerato il suo capolavoro, e prosegue, a ruota, con La ballata di Iza (2006), Via Katalin (2008), L’altra Eszter, (2009), Il Vecchio pozzo (2011) per Einaudi, e con Lolò, il principe delle fate (2005), Abigail (2007), Il momento (2008), Per Elisa (2010), La notte dell’uccisione del maiale (2011) per la casa editrice Anfora e infine con Ditelo a Sofia, uscito nell’autunno 2013 per i tipi della Salani.

Sono gli anni in cui il rinnovato interesse dell’editoria italiana per la letteratura ungherese passa attraverso nomi quali Sándor Márai, Péter Esterházy, Ágota Kristóf, ormai consacrati al successo internazionale suggellato nel 2002 dal conferimento del premio Nobel a Imre Kertész.

Ma che cos’è che rende la Szabó un’autrice degna di stare al fianco dei grandi scrittori europei contemporanei e i suoi personaggi indimenticabili quanto Anna Karenina o Madame Bovary? Cos’è che ha fatto dire ad Hermann Hesse «Con Frau Szabó avete pescato un pesce d’oro. Comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà»?

Il tempo del romanzo, nella produzione di Magda Szabó, è sempre traboccante di memoria ma non è mai semplicemente il racconto di un ricordo cristallizzato, piuttosto è il risultato di uno scavo incessante all’interno di se stessa, e dei personaggi a cui si dà voce, volto a recuperare non già frammenti di esistenza vissuta o anche solo immaginata, ma ricordi ben più complessi, stratificati, sedimentati, rielaborati, arricchiti di continuo da nuovi preziosi dettagli. Ricordare serve soprattutto a comprendere, a fare luce sugli squilibri della storia personale e collettiva.

La voce che narra, che sia quella monologante de L’altra Eszter(20), o la scrittrice de La porta o la Magda de Il vecchio pozzo e Per Elisa, ma anche il narratore esterno de La ballata di Iza, racconta sempre dal di dentro le gelosie, le invidie, le passioni estreme, gli amori malvissuti e gli odi implacabili che agitano i personaggi, partendo dagli effetti e ricercandone le cause a ritroso, in uno sforzo costante della memoria che solo così può cercare di chiarire la genesi e le dinamiche di conflitti che devastano intere vite, irrimediabilmente. Tensioni che mai si placano e che semmai, sotto sotto, hanno sempre delle buone ragioni per sopravvivere.

È così che nascono gli intrecci dei libri di Magda Szabó che sono, anche in questo senso, romanzi di memoria. È così che prendono vita personaggi indimenticabili e universali, alcuni dei quali, nell’apparente semplicità primitiva che li caratterizza, rappresentano al meglio la complessità dell’uomo alle prese con i piccoli e grandi misteri della vita e dell’animo umano.

Intanto è bene chiarire che, come la scrittrice stessa ebbe a dire in una delle ultime interviste, le sue storie solo occasionalmente sono originate da eventi politici particolari; i temi su cui ama scrivere nascono piuttosto da «domande rimaste senza risposta, problemi della condizione umana, una passione, un senso di colpa, l’innocenza, la responsabilità... per se stessi e per il mondo, [...] insomma possono riguardare qualsiasi cosa, parlare del Dio e del mondo, Gott un die Welt come dicono i tedeschi»(21). O possono essere il punto di arrivo di un percorso di espiazione, come avviene con La porta, un libro che dichiaratamente «è una confessione pubblica per il peccato che ho commesso»(22).

Temi universali, dunque, sui quali la scrittrice ungherese ha affinato, fin dall’adolescenza (quando ancora liceale faceva incetta di premi letterari), la sua eccezionale abilità nell’inventare figure che, per un motivo o per l’altro, incarnano il dramma, tutto novecentesco, dell’incomunicabilità, tanto più drammatico perché non lascia intravedere nessuna possibile soluzione, e che si arriva forse a comprendere solo dopo che tutto si è consumato.

Le figure create dalla Szabó hanno davvero la grandezza di certe eroine del teatro classico che, a differenza di quelle, non hanno alcuna idea di cosa sia il fato anche se conoscono profondamente le offese, la volgarità, la sofferenza della Storia e del quotidiano.

Come Iza, medico affermato e pignola fino alla perfezione, di grande intelligenza ma di eccessivo rigore, che è resa sospettosa nei confronti del mondo da un torto subito che ne ha, suo malgrado, forgiato il pessimo carattere: per un periodo, quando il padre magistrato è caduto in disgrazia durante il regime di Horthy, lei è stata allontanata dall’università e per questo, per tutta la vita, fugge dai sentimenti che possano mettere in pericolo il lavoro conquistato con tenacia e sacrificio.

Come Eszter, cruda e spietata attrice di successo che riesce a essere se stessa solo sul palcoscenico, e che è costretta a ricostruire con fatica i momenti chiave del suo passato più remoto per uscire dalla sofferenza e dallo squallore del presente: è così che potrà forse capire le ragioni del suo profondo malessere, del suo odio sordo per Angéla, la bambina bella, dolce, ricca e felice che lei avrebbe voluto essere. Attraverso l’amaro monologo di Eszter, una vera e propria autoanalisi che procede per aneddoti, ricordi, immagini, epifanie, la Szabó fa emergere l’interiorità complessa di un personaggio rabbioso, distruttivo e decisamente indisponente che, defraudato fin dall’infanzia di qualcosa che gli sarebbe spettata di diritto (Eszter è di nobile famiglia, caduta in disgrazia e divenuta poverissima: di nuovo il torto subito scatena il senti- mento di rivalsa), brucia l’intera esistenza nella gelosia e nell’invidia per l’altra, Angéla, colei che nella sua mente è sempre apparsa più felice e più fortunata di lei.

E come Emerenc, la donna che ha vissuto ogni tragedia, la governante della scrittrice (protagonista e io narrante de La porta), una «vecchia talmente fuori dagli schemi che sarebbe stato meglio per tutti se non avesse accettato l’impiego»(23), persona imprevedibile, intransigente, «dotata di un’intelligenza perfidamente affascinante»(24), novella Medea, sotto il cui fazzoletto «covava la brace di un inferno»(25).

Emerenc non aveva studiato Eraclito, ma conosceva la sua filosofia meglio di me, che ritornavo, appena possibile, nella città dov’ero nata alla ricerca di cose irreparabilmente scomparse – l’ombra degli edifici che un tempo si stendeva sul mio viso, la mia vecchia casa perduta -, e naturalmente non trovavo nulla perché chissà dove scorreva in quel momento l’acqua del fiume che trascina i cocci della mia vita. Emerenc era troppo saggia per tentare imprese impossibili, dedicava le energie a ciò che ancora era possibile realizzare nel futuro per il proprio passato, ma naturalmente mi occorse molto tempo per capirlo.(26)

Personaggi modernissimi, il cui io scisso raramente si ricompone in un’unità, raramente si appropria di un’identità che sia davvero in sintonia con l’ambiente circostante e con le persone amate.

Il forte e diffuso disagio del vivere, la difficoltà di riconoscersi e di farsi riconoscere in un ‘modello’, e, al contrario, il rassicurante celarsi dietro una porta chiusa: sono tutti elementi che compromettono a priori le relazioni interpersonali, che causano incomprensioni su incomprensioni, che impediscono la comunicazione anche quando si è animati delle migliori intenzioni, anche quando ci si ama.

Sono donne forti, quelle della Szabó, fino alla durezza, indipendenti, emancipate come lo era sicuramente Magda, per educazione e per temperamento, ma come lo erano poche donne ungheresi in quegli anni. Sono, queste eroine tragiche contemporanee, donne che hanno raggiunto il successo professionale (attrici, scrittrici, dottoresse) ma che mancano di umanità e le cui vite affondano in una desolante solitudine. Sono figure tanto più imperfette quanto più inseguono un ideale di perfezione irraggiungibile o il desiderio di una vita più gratificante che abbia la parvenza se non della felicità, perlomeno della mancanza di dolore.

Sono persone – e qui sta soprattutto la grande modernità della Szabó – chiuse in questa ricerca, che non sanno o non vogliono guardare l’altro, totalmente incapaci di assecondare i bisogni delle persone vicine. Sono donne che non sanno ascoltare il proprio marito, che si accorgono di un amore solo quando l’hanno perduto, che non prestano attenzione all’anziana madre o alla fedele e amata domestica se non in punto di morte o dopo che l’hanno perduta. Così Iza, assai maldestra nelle relazioni interpersonali sia con il marito Antal che l’ha lasciata, sia con il nuovo compagno Domokos che l’abbandonerà, e persino con la madre Etelka che riuscirà a condannare all’infelicità, alla disperazione, al mutismo, sradicandola dalla sua vita di provincia e portandola a vivere con sé, nella capitale, dopo la morte del padre. L’amaro futuro di solitudine che spetterà anche a Iza è tutto adombrato nelle poche efficacissime righe che chiudono così la Ballata:

Aprì la porta finestra, uscì sul balcone. Si levò il vento, sbatacchiava i rami di sotto, le scompigliava i capelli, era il vento del nord, il vento della puszta. Era là in piedi sopra la città, guardò il cielo, i tetti delle case.

– Madre mia – esclamò Iza dentro di sé, per la prima volta nella sua vita – Mamma! Papà!

Il vento soffiava, agitava la porta alle sue spalle. La caffettiera al neon versò un getto di caffè luminoso, ora era rosso, rosso fuoco. I morti non risposero(27).

Queste figure femminili dalla personalità spigolosa, realizzate professionalmente ma tragicamente infelici e povere di umanità, rappresentano, secondo Bruno Ventavoli(28), un feroce atto di accusa nei confronti della realtà socialista; questa aveva sì creato un modello di società alternativa, ma non era riuscita ad assicurare al popolo neanche un briciolo della felicità promessa. All’uomo ‘nuovo’, che avrebbe dovuto sorgere dalle ceneri del dopoguerra con le migliorate condizioni economiche, Magda Szabó oppone l’uomo ‘vecchio’, il solo che, vivendo una dimensione fortemente impregnata di spiritualità e di fede, al riparo da utopie di propaganda, possa sperare di avvicinarsi, su questa terra, a qualcosa che potrebbe vagamente somigliare alla felicità.

MILLY CURCIO

Critico e storico della letteratura

Università di Roma Tor Vergata e Università di Pécs

NOTE

1 M. Szabó, Il vecchio pozzo (Ókút, 1970), trad. it. B. Ventavoli, Einaudi, Torino 2011, p. 188. 2 Ivi, pp. 5-10. 3 Ivi, p. 25. 4 Ivi, p. 38.

5 Ivi, p. 39. 6 Ivi, p. 54-56. 7 Ivi, p. 4. 8M. Szabó, La porta (Az ajtó, 1987), trad. it. B. Ventavoli, Einaudi, Torino 2005, p. 248.

9 Ivi, p. 4.

10 M. Szabó, Per Elisa (Für Elise, 2002), trad. it. V. Gheno, Casa Editrice Anfora, Milano 2010.

11 Ivi, p. 45.

12 Ivi, p. 48.

13 M. Szabó, Via Katalin (Katalin utca, 1969), trad. it. B.Ventavoli, Einaudi, Torino 2008. Traduzio-

ne di B. Ventavoli, Einaudi 2008.

14 M. Szabó, Il momento (A pillanat, 1990), trad. it. V. Gheno, Casa Editrice Anfora, Milano 2008.

15 M. Szabó, Per Elisa, cit., p. 46.

16 Ivi, p. 34.

17 M. Szabó, La porta, cit., p. 103.

18 V. Vannuccini, intervista a Magda Szabó «la Repubblica», 30 dicembre 2006, p. 45.

19 M. Szabó, Freskó (1958)

20 M. Szabó, L’altra Eszter ( Az őz, 1959), trad. it. B. Ventavoli, Einaudi, Torino 2009.

21 V. Vannuccini, intervista cit., p. 45.

22 M. S. Palieri, Io e Emerenc, storia di una passione, intervista a Magda Szabó, in «l’Unità», 14 apri-

le, 2005, p. 23.

23 M. Szabó, La porta, cit, p. 9.

24 Ivi, 104.

25 Ivi, p. 64.

26 Ivi, p. 9.

27 M. Szabó, La ballata di Iza (Pilátus, 1963), trad. it. B. Ventavoli, Einaudi, Torino 2006, p. 304

28 Cfr. B. Ventavoli, Crescere tra le fiabe: ritratto di Magda Szabó , http://www.letteratura.rai.it/arti-coli/crescere-tra-le-fiabe-ritratto-di-Magda-Szabo, 8 maggio 2012.

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