Kosztolányi 
Il male a giudizio
di
Alessandro Zaccuri

 

Onore ai piccoli. E anche ai piccolissimi. Da almeno una quindicina d'anni a garantire la diffusione italiana dell'ungherese Dezső Kosztolányi (1885-1936) ci pensano loro: i piccoli, a volte piccolissimi editori di qualità. Sellerio nel 2000 con la novella AllodolaCastelvecchi e Mimesis nel 2012 rispettivamente con il romanzo storico Nerone (che fu ammirato perfino da Thomas Mann) e con il mosaico di racconti Kornél Esti. Adesso tocca a una coraggiosa sigla milanese, Anfora, presentare in forma integrale il capolavoro Anna Édes nella curatela congiunta di Andrea Rényi e di Mónika Szilágyi (per informazioni www.edizionianfora.net).

E' l'anello che mancava per apprezzare pienamente la grandezza e la complessità di uno scrittore che, nei primi decenni del Novecento, anticipò atmosfere e situazioni poi riprese dal più giovane connazionale Sándor Márai. Ma se l'autore delle Braci dispiega al meglio il suo talento nelle sottigliezze inespresse dei sentimenti maschili, la forza di Kosztolányi risalta in tutta la sua originalità nel tratteggio dei personaggi femminili.

Anche Anna Édes è un romanzo prevalentemente di donne, a partire dalla protagonista, sorta di "mite" dostoevskijana scaraventata dal destino nella convulsa Budapest del primo dopoguerra. L'effimero regime comunista di Béla Kun è appena tramontato, i soldati romeni hanno occupato la capitale e intanto la borghesia locale cerca di rialzare la testa. In casa Vizy, nella fattispecie, c'è un problema con la servitù. La signora avrebbe bisogno di una buona domestica, ma che sia affidabile e lavoratrice, che non rubi né amoreggi, che non abbia pretese e non la pianti in asso troppo presto. Qualità che sembrano concentrarsi come per incanto nella dolce Anna (édes in magiaro significa appunto "dolce"), una campagnola di neppure vent'anni che sopporta più di quanto lasci trapelare. All'inizio, per esempio, resta quasi soffocata dall'odore di canfora che permea l'appartamento, ma dopo un po' finisce per adattarsi. Perché adattarsi è il talento di Anna e, nello stesso tempo, la condizione che la trascinerà nella tragedia. 

Duro dramma sociale e raffinata indagine psicologica, Anna Édes non si esaurisce in nessuna di queste dimensioni, come giustamente osserva lo specialista András Veres nella nota riportata in appendice al volume. E' una meditazione sul male, piuttosto, e più precisamente sul segreto che ogni male - compiuto o subìto - nasconde dentro di sé. La trasformazione della ragazza da fedele fantesca a a spietata assassina  non è spiegata e forse, lascia intendere Kosztolányi, non è neppure spiegabile, dato che la stessa Anna pare l'enigma di cui è portatrice. Da ultimo resta spazio solo per la pietà, per l'esercizio di una misericordia che renda possibile immaginare un paese "dove tutti sono padroni e servitori insieme". Questo è il regno di Cristo, spiega uno dei personaggi, il medico Moviszter, unica voce dissonante rispetto a una società votata, sia pure con sfumature e accenti differenti, al culto della "materia onnipotente". Anna, che ogni notte osserva incantata la luce accesa sul muro di fronte alla sua finestra, potrebbe rappresentare l'eccezione a questa regola non scritta. Nella sua semplicità, capisce subito  che "tutte le lampade sono più splendenti di una stella. Tener fede a questa intuizione, però, è più difficile di spazzare il pavimento o di preparare la cena. Anna non ce la farà e quella frase, incastonata da Kosztolányi in una prosa altrimenti asciutta e vigilata, resterà come l'indizio di un'occasione perduta per sempre. Noi tutti, infatti, siamo cattivi giudici degli altri, ma non ci inganniamo mai tanto come quando ci illudiamo di giudicare noi stessi.

 

 

Su "Avvenire", 12 dicembre 2014

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