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Morire e morire ancora: è l'amore

Aggiornamento: 2 dic 2023

Lo scrittore ungherese László Krasznahorkai commenta con questo articolo, uscito il 20 ottobre 2019 su La Lettura del Corriere della Sera e tradotto da Mónika Szilágyi, il libro di "poesie in prosa" Settembre 1972 di Imre Oravecz


di László Krasznahorkai


I meravigliosi monologhi di Imre Oravecz ci raccontano della distanza che sussiste tra la carnalità umana e quell’aspetto che rende l’uomo consapevole del limite che lo rende ancora lui. Qua l’anima commisurata a sé stessa — che come prigioniera della natura si confronta costantemente con il terribile fatto che l’oscuro mistero della vita, al di là della necessità di fare all’amore, semplicemente non le permette di accertare se può ancora dare un nome a tutto quello che è rimasto di lei — parla con una sincerità stupefacente della passione e del deperimento della passione. In un libro travolgente come Settembre 1972 possiamo leggere la testimonianza dolorosa e la spietata storia di sofferenza dell’uomo che dalla sua esperienza dell’assoggettamento amoroso comprende che non può mai capire il suo assoggettamento, deve soltanto subirlo.

L’amore, per il protagonista dell’opera di Oravecz, è l’apice rituale della vita umana, che finisce sempre nello stesso modo: con una perdita che non può accettare. Il protagonista, in un tempo vissuto come effimero, muore più e più volte nel momento in cui tenta di confrontare la catarsi carnale dell’estasi, divina e infernale allo stesso tempo, con la fedeltà reciproca, con la fiducia incrollabile, e il legame affettuoso, con il sentimento edificante di essere inseparabili l’uno dall’altra.

In queste poesie in prosa cadenzate per respiri lunghi lo stupefacente è che Oravecz in ognuna di esse conduce il lettore all’inizio e alla fine dei sentimenti, dalla promessa meravigliosa fino alla perdita, dalla catarsi alla tristezza insopportabile della delusione. Non possiamo avere alcun dubbio: quando il protagonista maschile prende respiro e incomincia a raccontarci di nuovo e di nuovo la sua storia, parla dell’uomo e della donna che sono nati nell’Antico Testamento come creazioni di Dio, da incarnazioni della condizione umana. Ha poco senso chiedersi se Oravecz faccia poesia tradizionale o moderna, dal momento che non possiamo dire nemmeno di Catullo a quale delle due appartenesse, quando sa esattamente chi è la sua Lesbia, eppure è legato a lei con un’ossessione mortale, per sempre. Dannatamente antico, dannatamente moderno.

La poesia di Imre Oravecz è incantevolmente semplice e talmente precisa, talmente concisa che non serve alcuno sforzo per seguirlo. Se ha ancora senso, per un motivo sensato, approfittare di una banalità, questo eccezionale poeta ungherese riesce a parlare veramente al lettore con immediatezza. Si ha la netta sensazione che, anche se questo volume è composto da 92 discorsi consecutivi, tutte le 92 volte siamo nella stessa poesia, non ci muoviamo da lì, perché non possiamo muoverci, siamo tesi tra le due estremità dell’ammirazione e del fallimento, e non c’è scampo, dobbiamo immergerci nella bellezza trasparente e indecifrabile di questa poesia.


(traduzione di Mónika Szilágyi)





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